giovedì 31 maggio 2012

Lo Stato paga parte dei debiti: pronti 30 Miliardi

La questione del recupero crediti nei confronti dello Stato riveste ormai carattere di emergenza nazionale: questo in soldoni il succo dell’intervento di Antonio Correale, segretario Feneal Uil, il quale ha tirato in ballo il debito dello Stato con riferimento alla crisi in cui versa il settore edile.

Il sindacalista ha sottolineato come recuperare i crediti dallo Stato sia questione di vitale importanza per le imprese e per salvaguardare l’occupazione. D’altro canto è di questi giorni la notizia che il Governo sta affrontando la questione con l’obiettivo di ridurre i debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle aziende: quattro decreti che si tradurrebbero in 30 miliardi di euro di pagamenti verso le aziende per risolvere almeno in parte i problemi di liquidità delle piccole e medie imprese. Lo stesso premier Mario Monti si è espresso a riguardo sottolineando l’importanza di un intervento in questo settore per consentire ai privati di “riaccendere il motore”, in quanto le aziende hanno un ruolo centrale nel rilancio del nostro sistema economico.

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Il credito da recuperare nei confronti della Pubblica Amministrazione ammonta a 90 miliardi complessivi e il governo ha sottoscritto 4 decreti e un accordo affinché un terzo di questa cifra venga pagata. Tre decreti riguardano la certificazione dei crediti, il quarto riguarda la compensazione dei crediti con i debiti nei confronti del fisco.

L’accordo invece ha visto le firme di ABI e aziende al fine di favorire l’utilizzo di strumenti quali l’anticipazione bancaria e il factoring pro solvendo e pro soluto. A questo si aggiunge la fondamentale intenzione da parte del governo di venire incontro alle richieste dell’Unione Europea che chiede all'Italia di adeguarsi alla normativa europea in materia di tempi dei pagamenti: entro fine anno saranno adottati i necessari provvedimenti.

martedì 29 maggio 2012

UNIREC sulla riforma del Recupero crediti

La UNIREC, l'associazione che raggruppa le società impegante nel settore del recupero crediti dice la sua sul fronte del disegno di riforma del settore in questi giorni in discussione da parte del governo. E lo fa in un periodo particolare per l'associazione, prossima all'avvicendamento ai suoi vertici. Ma il presidente uscente Alborghetti da il suo ultimo contributo in questa veste e dichiara che la riforma così congegnata non va. D'altronde Unirec aveva già fatto sentire la sua voce e fatte chiare le sue esigenze in due audizioni in Commissione Parlamentare, esigenze che finora sono in parte rimaste inascoltate.

I punti che vengono contestati del disegno di legge sono in sostanza due.Quello principale è la questione del controllo. La riforma prevede l'istituzione di un organismo di controllo che metta insieme rappresentanti delle aziende e dei consumatori ma anche elementi esterni di nomina politica e delle imprese interessate. Le aziende di recupero crediti preferirebbero invece che un organismo siffatto fosse occupato esclusivamente dagli attori interessati al recupero crediti e quindi dalle aziende stesse e dai consumatori.

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Non convince neppure che il controllo politico venga spostato dall'attuale situazione che lo vede in capo al Ministero dell'Interno. Per la natura dei protagonisti in gioco, in genere piccole e medie imprese e consumatori non caratterizzati da grossi patrimoni, non pare il caso di cambiare la fonte di controllo.

Nell'intervista rilasciata al Sole 24 Ore il Presidente dell'Unirec ha lasciato trasparire possibilità di un accordo perché non tutti i loro suggerimenti sono andati persi.  Per esempio viene data alle aziende di recupero crediti la possibilità di consultare le banche dati al fine di rintracciare i debitori e i patrimoni; un altra novità importante emersa fino ad ora è che laddove non si riesca a recuperare un credito questi importi possono finalmente essere dedotti in sede di dichiarazione dei redditi.

mercoledì 23 maggio 2012

Recupero Crediti insostenibile: tagli agli interessi per Equitalia?

Ormai è diventato impossibile parlare di recupero crediti senza che si parli di quello che è il più grande riscossore  in Italia, il riscossore dell’Agenzia delle Entrate.  Stiamo parlando di Equitalia, braccio operativo dell’agenzia in questi giorni al centro di numerosissime notizie di cronaca che vanno dalla vera e propria rivolta scoppiata di fronte alla sede napoletana fino a risalire alla temeraria presa di ostaggi negli uffici di Bergano di qualche giorno orsono.

La contemporanea morsa stretta sugli italiani contemporaneamente dalla crisi, dal fisco e buon ultimo dal recupero crediti targato Equitalia sta evidentemente producendo risultati nefasti se il governo stesso si è convinto che vanno apportati correttivi all’azione di Equitalia.

Il premier Monti si è recato  in visita all’Agenzia delle Entrate ufficialmente per dimostrare appoggio nei confronti dei dipendenti di Equitalia ma anche per affrontare con Attilio Befera, capo dell’Agenzia, il problema di come alleggerire l’attività di recupero dei crediti operata da Equitalia per conto del fisco.

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Certo è che l’attività di Equitalia rimane strategica: gran parte dei 12,7 miliardi recuperati nel 2011 sono soldi tolti agli evasori. Nondimeno va corretto il carattere vessatorio che spesso assume la sua azione. Il governo opererà in due direzioni, la prima consiste nell’accelerare in qualche modo la soddisfazione dei creditori delle amministrazioni pubbliche, un tema che approfondiremo in seguito.

La seconda e più importante azione consisterà nel correggere le modalità di recupero del credito in particolare agendo su tutte quelle voci accessorie che si vanno aggiungere al debito facendo lievitare le somme fino a livelli che possono essere insostenibili. Il nodo è costituito dagli interessi troppo esosi che servono tuttavia a fare funzionare la gigantesca macchina di Equitalia. I partiti premono per una moratoria ma il governo giustamente ritiene che si finirebbe per incoraggiare l’evasione. Meglio quindi provare ad alleggerire i costi.

martedì 22 maggio 2012

Quando il Debitore insolvente è lo Stato. Recupero possibile?

Vedersi assoggettati a procedure di recupero credito, spesso soffocanti, e al tempo stesso vantare importanti crediti e doverli recuperare per non morire.

Questa è la scomoda situazione delle aziende italiane che hanno a che fare con un debitore di cifre enormi, che di pagare non ha proprio intenzione e che difficilmente si può indurre a pagare : lo Stato.

Come cercare di recuperare i propri crediti nei confronti dello Stato? 3500 miliardi di euro di debiti in tutto, ma sull’altro piatto della bilancia tantissimi beni, in larga parte indisponibili, ma in buona parte costituiti da immobili, e tantissimi miliardi di crediti soprattutto fiscali che a detta della Cassazione comunque non possono essere pignorati. Una sentenza che lascia ampi spazi al dubbio atteso che dovrebbero essere non pignorabili solo i beni indisponibili e non il denaro.

Rimane dunque sul tappeto il problema delle aziende che sono creditrici nei confronti dello Stato. A costoro c’è chi si rivolge suggerendo loro una sorta di class action, affidando il recupero dei propri crediti ad una solo azienda e chiedendo il pignoramento dei crediti fiscali dello Stato.

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Un’azione enorme di recupero credito che troverebbe l’opposizione dello Stato ma che nel frattempo della decisione dei giudici terrebbe inevitabilmente bloccati i fondi dello Stato, questo potrebbe alla fine indurre a pagare parte del debito in cambio di una soluzione amichevole che sblocchi i crediti pignorati.

Inoltre bisognerebbe comunicare i danni subiti allo sviluppo dei propri affari in conseguenza del mancato pagamento, preannunciando il ricorso alla giustizia per chiedere un risarcimento.

Una soluzione che forse varrebbe soprattutto a dare una sterzata all’agenda politica dando un’accelerazione alla proposta decisiva di rendere possibile la compensazione tra i crediti fiscali detenuti dallo Stato verso un azienda e i crediti che quest’ultima può vantare da vari committenti che orbitano nel quadro dei servizi pubblici, siano essi ASL oppure enti pubblici.  Il tutto accompagnato dall’ineluttabile allineamento all’Europa che l’Italia dovrà compiere in materia di pagamenti delle P.A.,  a pena di forti multe.

mercoledì 16 maggio 2012

Riconoscimento del debito

Nell’ambito del recupero crediti esiste un'obbligazione unilaterale, il riconoscimento del debito, che merita un minimo di approfondimento.

Con la ricognizione del debito si intende un atto formale con cui un soggetto riconosce il suo debito nei confronti di un creditore. Quest’atto giuridico è unilaterale e non pone ulteriori obblighi in capo al dichiarante rivestendo un valore soltanto nel processo.

Il codice civile all’art. 1988 stabilisce che è il creditore a dovere fornire prova dell’esistenza del rapporto di debito / credito e non il debitore. Ebbene con l’atto di riconoscimento del debito il debitore solleva il suo creditore dall’onere della prova. A quel punto il rapporto tra i due soggetti si presume esistente fino a prova contraria e tocca al debitore provare che manca la causa del debito e che quindi non pende su di lui alcun obbligo di pagare.

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Questo è il caso ad esempio di colui che, pur riconoscendo di avere portato in riparazione un oggetto e astrattamente risultando in debito con il riparatore, contesta il titolo del debito perché l’oggetto era in garanzia e andava riparato gratuitamente: con la presentazione della garanzia (riconoscimento del debito) il soggetto da prova dell’insussistenza del debito pur avendo riconosciuto in un primo momento l’esistenza di un rapporto negoziale con il creditore.
Occorre annotare che la dichiarazione esprime i suoi effetti solo laddove sia diretta nei confronti del creditore. Quindi nel riconoscere il debito non nasce alcuna nuova obbligazione, bensì si conferma l’esistenza di un “preesistente rapporto fondamentale” dal quale scaturisce la richiesta del creditore. Proprio per questo per dispiegare i suoi effetti la dichiarazione deve essere rivolta al creditore stesso, senza che vi siano intermediari, e ha valore dal momento in cui il creditore ne viene a conoscenza.

Rimane senza valore il fatto che il creditore venga a conoscenza di una ammissione del debito fatta a terzi.

martedì 15 maggio 2012

Unicredit mette 500 milioni per il Recupero Crediti

Il monte dei crediti insoddisfatti da parte delle aziende è enorme, tale da mettere in pericolo la sopravvivenza di molte di esse e sicuramente da ostacolarne la piena operatività.

Non si può nascondere che gran parte dei crediti siano nei confronti dello Stato e dei suoi apparati, per una mole complessiva, e comprensiva dei crediti fiscali, di oltre 70 mld di Euro.

Per fare fronte a questa situazione che pesa drammaticamente sulla liquidità delle piccole e medie imprese in Italia Unicredit e Sace Fct hanno stretto un accordo in base al quale l’istituto bancario Unicredit ha messo a disposizione della società di factoring 500 milioni di Euro da utilizzare per il recupero crediti di tutti quanti quei fornitori stremati dall’attesa dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni.

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Obiettivo dell’accordo tra Unicredit e Sace Fct è mobilitare complessivamente verso il sistema delle imprese almeno un miliardo di Euro, si tratta infatti di un fondo rotativo che beneficia del progressivo rientro dei crediti da parte delle amministrazioni. In particolare sull’argomento si nutrono molte aspettative riguardo ai propositi del governo, che è pressato dall’Unione Europea, di rendere più rapidi i pagamenti: questo renderebbe più veloce la rotazione dei fondi consentendo alla società di factoring di soddisfare il recupero crediti di molte più aziende.

Certo per il futuro è necessario, a dire dei vertici delle aziende protagoniste dell’accordo, che ci sia più attenzione a vendere nei confronti di chi paga poco e male, tenendo presente che in realtà, negli ultimi tempi, l’attesa per rientrare dei crediti si è allungata del 20% e questo non può che inasprire il credit crunch di cui soffrono le aziende.

La certificazione dei crediti degli enti pubblici con criteri uniformi sul territorio nazionale rimane argomento fondamentale, anche se contestualmente occorre evitare che questi crediti vadano ad aggiungersi al debito statale.

mercoledì 9 maggio 2012

Mancato pagamento: prevenzione nel recupero crediti

Una questione sottovalutata della materia del recupero crediti è la prevenzione del mancato pagamento. Esistono delle motivazioni per cui un debitore può non pagare e riconoscere i sintomi della malattia può fare risparmiare tempo e denaro.

Le principali motivazioni a base di un mancato pagamento sono da ricercare nella contestazione sul contenuto di talune clausole del contratto, nella contestazione circa il modo di erogare un servizio o a riguardo della qualità di un prodotto fornito, in una sopraggiunta crisi finanziaria del debitore o ancora in  un errore da parte del creditore in fase di valutazione del partner commerciale oppure infine ci si può rendere conto di essere incappati in una frode.

Non molto diffusa ma comunque rilevante è la prima causa soprattutto con riferimento alla fornitura di servizi, quando si contesta il contratto di solito perché insoddisfatti da un singolo aspetto del rapporto bloccando così il pagamento.

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Rientrano nella casistica anche quanti abbiano contratto crediti per il consumo e insoddisfatti della merce non proseguono nel pagamento delle rate con ciò danneggiando l’istituto finanziario erogante. Ancora poi possiamo immaginare il caso di un lavoro che venga modificato e ampliato, solo verbalmente, in corso d’opera e trovarci poi di fronte a un debitore che non paghi tutto ma solo parte del lavoro effettuato. Un altro caso tipico è quello della consegna di merce al domicilio, quando ad esempio il consumatore riceve un oggetto e non firma al vettore alcuna ricevuta perché quest’ultimo magari ha firmato da se per risparmiare tempo. Il debitore potrebbe allora facilmente contestare di non avere mai ricevuto la merce e rifiutarsi di pagare il dovuto. In questi e altri casi che esamineremo per evitare di incappare nella necessità di recupero del credito occorre attenzione nella stesura del contratto e in ognuna delle fasi di esecuzione successive.

lunedì 7 maggio 2012

Recupero crediti: 8 giorni per le contestazioni del debitore

Nel campo della prevenzione dell’insoluto e per evitare quindi di arrivare ad aprire una procedura giudiziale o stragiudiziale di recupero crediti, assume particolare rilevanza la casistica del debito non pagato per la contestazione sulla qualità del prodotto ricevuto o del servizio reso da parte del creditore.

In questi casi il vizio della cosa o del servizio è la causa della contestazione, sia nel caso che il debitore sia onesto ma può essere anche solo un pretesto per non pagare nel caso di un debitore disonesto.

È il caso questo ultimo del debitore che nel ricevere la fornitura di beni materiali dia apparentemente il benestare al fornitore riguardo alla coerenza di quanto ricevuto rispetto a quanto richiesto senza per altro rilasciare a riguardo nessuna documentazione scritta.

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La conseguenza può essere quindi una successiva contestazione scritta nei termini stabiliti dalla legge con riguardo alla qualità del bene e del servizio fornito con il relativo rifiuto di onorare i pagamenti. La conseguenza è la grande difficoltà per il creditore di ottenere il dovuto senza affrontare lunghe e costose procedure di recupero crediti per via giudiziale, oppure di dovere addivenire ad un accordo per un recupero crediti almeno parziale.

Comunque a riguardo va tenuto ben a mente il disposto dell’art. 2226 cod. civ. che al secondo comma recita che il committente, nel denunciare al prestatore d’opera i vizi occulti del bene o del servizio prestato, deve agire entro 8 giorni e che la prescrizione interviene entro un anno. Superati questi termini chiaramente prescritti dal codice il debitore non potrà più liberarsi dall’onere del pagamento contestando il vizio della cosa ricevuta o del servizio che gli è stato prestato. Ma nel caso di contestazione efficace si sarà costretti a percorrere la via dell’azione legale e allora ancora una volta le possibilità di rientrare nel proprio credito dipenderà dalla solidità del contratto approntato.

sabato 5 maggio 2012

Riforma del Recupero Crediti? Parlano gli Avvocati

L’Associazione Italiana Giovani Avvocati è entrata a gamba tesa nell’attuale dibattito di riforma della normativa relativa al recupero crediti, settore in particolare fermento in Italia in questo momento.

A intervenire in rappresentanza dell’AIGA, Associazione Italiana Giovani Avvocati, è stato il suo Presidente Dario Greco il quale ha sottolineato che, se al settore del recupero crediti devono essere apportate delle modifiche, queste non devono essere nel senso di favorire ancor più le banche bensì i cittadini, le imprese e i professionisti che sono le parti più deboli della contesa.

Greco ha citato ad esempio la categoria degli Avvocati e in particolare proprio i giovani Avvocati i quali sono spesso creditori verso lo Stato dei rimborsi per il gratuito patrocinio che troppo spesso vengono pagati con grave ritardo. L'Associazione Italiana Giovani Avvocati ha lamentato di non essere stata convocata al tavolo di discussione organizzato presso il Ministero della Giustizia e di essere pronta a fornire un contributo per andare nel senso di una miglioria della fase esecutiva nell’ambito del recupero crediti.

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Un contributo che però non può prescindere dalla posizione che il sindacato dei giovani avvocati ha assunto sull’argomento, nettamente contraria a riforme che vadano incontro alle esigenze delle banche.
In un eventuale processo di riforma del settore del recupero crediti bisognerebbe, secondo il presidente dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati, evitare di concentrarsi eccessivamente sul momento esecutivo con il risultato magari di favorire tutti quanti quei creditori che per ottenere il titolo esecutivo non hanno la necessità di affrontare la fase giudiziale e di contraddittorio.
Questo quando invece ci sono cittadini, imprese e professionisti, e tra questi e particolarmente delicata la situazione dei giovani avvocati, che a fronte di un credito aspettano in media 900 giorni per vedersi riconoscere un titolo esecutivo che consenta poi di rientrare in possesso delle proprie spettanze.

A fronte di questi dati appare comunque ineludibile la necessità di una complessiva rivisitazione della normativa del settore recupero crediti.

mercoledì 2 maggio 2012

Factoring e Recupero crediti: di cosa si tratta?

Complice la crisi, in Italia sembrerebbe si stia affermando la figura negoziale del factoring, strettamente connessa al recupero crediti, essendo questo uno delle principali attività del così detto factor. La contrazione del credito abbinata al crescere dei conti non pagati dai clienti e in particolar modo dalle pubbliche amministrazioni, hanno costretto le piccole e medie imprese a ricorrere al factoring per complessivi 167 miliardi nel 2011.

Il contratto di factoring, che ha origine anglosassone, prevede che un imprenditore “cedente” ceda appunto i propri crediti ad altro soggetto, il factor, il quale in cambio di un prezzo fornisce svariati servizi a seconda del tipo di factoring di cui si tratta e che generalmente consistono nella gestione e riscossione dei crediti nei confronti dei debitori del cedente; al contempo il factor concede al cedente un anticipazione di tali crediti configurando una vera e propria operazione di finanziamento dell’azienda.

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Nel factoring pro soluto è il factor a caricare su di se il rischio che il debitore rimanga insolvente: in questo caso il factor non richiede la restituzione dell’anticipazione versata e la perdita si distribuisce tra i due soggetti.

In un operazione pro solvendo invece il rischio rimane sulla testa dell’imprenditore cedente che eventualmente restituisce l’anticipazione.

Si possono distinguere operazioni di Full factoring, in cui il factor acquista con continuità i crediti che l’imprenditore produce nella sua attività, dalle operazioni di Maturity factoring in cui non vi è operazione di finanziamento in favore del cedente. Vi è poi la fattispecie dell’international factoring in cui l’attività si rivolge a soggetti residenti in paesi diversi.

In Italia la legge non ha ancora previsto la fattispecie del factoring che pertanto rimane contratto atipico regolato dagli artt. 1260 e seguenti del codice civile oltre che dalla legge 52 del 1991 e dal decreto legislativo 385 del 1993, che ne impone la trasparenza alla stregua di operazioni bancarie.